Le Leggi dello Spirito

Ne “Le tappe del pensiero sociologico” Raymond Aron ha allestito un affresco inedito del politico e sociologo francese Charles Louis de Secondat, meglio noto come il barone di Montesquieu.

Questa originale rappresentazione ce lo ha rivelato nelle vesti di precursore delle successive elaborazioni illuministe in un modo non lontano da quello in cui il linguista ginevrino Ferdinand de Saussure è stato considerato l’anticipatore delle diverse e contrapposte teorie dello strutturalismo francese.

Ma per quale motivo Montesquieu è stato considerato come il padre dell’attuale scienza sociale e quali sono stati i suoi meriti?

Credo di poter affermare che l’autore francese ha diretto i suoi sforzi osservativi, analitici e sintetici nelle due direzioni dello spazio e del tempo, dell’essere e del divenire, dell’antropologia e dell’archeologia.

Infatti Montesquieu si è occupato della scienza dell’uomo e di quella della società nella sua opera più famosa “Lo spirito delle leggi”.

Ma ha anche svolto un’indagine altrettanto accurata in campo storico e archeologico nel suo scritto un po’ meno celebre: “Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza degli antichi Romani”.

Sul piano antropologico Montesquieu ha affermato che possiamo organizzare la diversità degli usi, dei costumi e delle idee, riducendoli a un ristretto numero di tipi anticipando in questo modo tanto la “Metafisica dei costumi” di Immanuel Kant quanto la successiva “Antropologia strutturale” di Claudé Lévi Strauss.

A livello archeologico invece, egli ha rilevato che al di là del caos degli “eventi accidentali” della “storia universale” si possono accertare delle cause profonde, in qualche modo un’archè, sul modello dei filosofi presocratici, in grado di fornire un aspetto ragionevole all’apparente irrazionalità degli eventi.

Detto per inciso, sembra che questo principio abbia trovato una significativa e non trascurabile incarnazione nel concetto di dialettica prima nelle opere di G.W.F. Hegel e poi in quelle di Karl Heinrich Marx.

Eppure, pur riconoscendo a Charles Louis de Secondat un interesse per entrambi gli ambiti, cioè quello antropologico e quello archeologico, bisogna ammettere che il primo ha prevalso sul secondo.

Quest’ultima considerazione si può intuire anche sulla base della semplice osservazione del titolo della sua opera più importante: “Lo spirito delle leggi”.

Infatti, ribaltando i due termini principali si ottiene “Le leggi dello spirito”, titolo che ci rimanda quasi subito alla più antica e ormai classica tradizione del realismo filosofico.

Tale realismo, tipico dell’illuminismo francese come di buona parte del pensiero d’oltralpe, ha poi condotto in qualche modo a quel kantismo senza soggetto, citando Paul Ricoeur, che ha costituito poco tempo dopo la cifra della riflessione sociologica e antropologica dei soliti Emile Durkheim, Marcel Mauss e Claudé Lévi Strauss.

Sicuramente non si può trascurare di prendere nota dell’utilizzo della nozione di spirito che ha fatto Lévi Strauss nell’intero corso della sua ricerca antropologica e che ha pescato a piene mani tanti dei suoi significati in quella elaborata da Montesquieu.

Pare quindi che tra il barone e i suoi connazionali discepoli Durkheim, Mauss e Lévi Strauss sia corso lo stesso rapporto che si è avuto tra Hobbes e i successivi empiristi inglesi quali Locke, Berkeley ed Hume così come tra Kant e i successivi idealisti tedeschi quali Fichte, Schelling ed Hegel.

D’altra parte le stesse “Lettere persiane” hanno costituito già un antecedente importante del celebre “Sguardo da lontano”, titolo, oltre che atteggiamento, di un celebre testo del solito Claudé Levi Strauss.

È quindi accaduto nei fatti che la “Morale provvisoria” di Cartesio si è potuta edificare socialmente nei sistemi dei suoi connazionali successori prima nella riflessione Politica con Montesquieu, poi in quella Sociologica con Durkheim e ancora dopo in Antropologia nelle opere di Claude Lévi Strauss.

Va qui considerata anche l’appartenenza ebraica degli ultimi due autori che li ha portati a scorgere un valore religioso e sempiterno nelle convenzioni sociali che come le “leggi del decalogo” hanno trovato applicazione, se pure con diversa intensità, in ognuna delle diverse comunità ebraiche sparse sul globo terrestre.