Dal Messianismo al Cristianesimo

In una serie di registrazioni presenti in rete lo storico del Cristianesimo primitivo, David Donnini, già autore di ben otto pubblicazioni sull’argomento, ha illustrato il contenuto dei famosissimi “Rotoli del mar morto”.

Un attento studio di questi documenti ha gettato un po’ di luce sugli usi e i costumi delle Comunità essene, operanti già a partire dal secondo secolo avanti Cristo presso la valle di Qumran, nell’attuale Cisgiordania.

Come ha rilevato giustamente lo studioso fiorentino, queste sette attendevano in realtà non uno ma due messia, di cui il primo legato al potere temporale e l’altro a quello spirituale della comunità israelitica di allora.

Questi gruppi avevano usanze molto simili a quelle che, a partire dall’età di mezzo, sarebbero state in uso presso gli ordini minori del Cristianesimo come ad esempio i Benedettini, i Francescani e i Domenicani.

In tale contesto l’ipotesi che il gruppo degli Zeloti costituisse di fatto una sorta di braccio armato degli Esseni, precursore degli ordini Templari cristiani, risulta molto affascinante anche se per adesso non posso sostenerla completamente.

Di fatto lo stesso Donnini conferma che gli Esseni, in modo simile agli Ordini monastici del medioevo, copiavano manualmente parti dell’Antico testamento, stilavano dei manuali sulle regole della retta vita e preparavano commentari ai testi biblici.

In questa sede m’interessa comunque far chiarezza sulla nascita del Cristianesimo che, come ha rilevato molto giustamente lo studioso fiorentino, potrebbe chiamarsi tranquillamente “Paolinismo”.

L’eclettico San Paolo ha infatti elaborato la sua particolare forma di messianismo sminuendo l’importanza delle altre comunità e introducendo i principali dogmi che avrebbero condotto alla formazione dell’attuale Cristianesimo.

E questi principi, introdotti per la prima volta dal Santo di Tarso, sono principalmente tre ovvero:
A) l’espiazione dei peccati tramite la crocifissione,
B) la resurrezione della carne,
C) il rito teofagico della comunione.

Paolo, di fatto un ebreo ellenizzato in contatto con molti gentili, ha portato le comunità con cui era in contatto all’abbandono della circoncisione e all’utilizzo della lingua greca per agevolarne un ampio sviluppo su tutta l’estensione dell’impero romano.

E queste decisioni hanno influenzato il Cristianesimo anche nella scelta e nell’articolazione delle letture durante il rito della messa dal momento che questa ospita al suo interno il Primo testamento all’inizio, le Lettere paoline proprio in posizione centrale, e i Vangeli in chiusura.

Le famosissime “missive” venivano indirizzate dal Santo di Tarso alle varie comunità con cui era in contatto proprio per indurle a seguire il suo nuovo messaggio che avrebbe assunto col tempo un tono sempre più esteriore.

Infatti le prime comunità messianiche erano gnostiche ricercando la salvezza tramite una ricerca delle verità spirituali che si atteneva a un percorso maggiormente interiore.

San Paolo ha invece cominciato a mettere al centro la fede inserendo molti elementi pagani all’interno del suo nuovo messianesimo poi divenuto il Cristianesimo della maturità.

Non deve quindi stupire che un famosissimo Papa come il polacco Karol Jósef Woytjla sia stato ribattezzato proprio “Giovanni Paolo II” nella sua rinnovata veste ecclesiastica di Vescovo della Chiesa di Roma.

Dopo la riconciliazione con gli ambienti Neotemplari e Massonici la Chiesa cattolica ha infatti scelto per lui il nome di “Giovanni” in omaggio alla figura principale dell’antico Messianismo esseno, ovvero Giovanni di Gamala, di cui ho scritto anche nel saggio “Un Cristo terreno”, pubblicato su Novo Stilos il 9 settembre 2015.

Ma vi ha accompagnato anche l’appellativo di “Paolo” in ossequio al segreto ideatore di quel particolare Messianesimo, che oggi rappresenta la religione più diffusa al mondo con oltre 2 miliardi di seguaci.

Nell’immagine una grotta nella località di Qumran nell’attuale Cisgiordania.