Dalla Coscienza alla Realtà

Secondo l’ipotesi olografica, proposta dai fisici Alan Aspect, David Bohm e Karl Pribram già a partire da un esperimento del 1982, la realtà sarebbe un gigantesco spettacolo di cui l’osservatore costituirebbe il regista e l’attore nello stesso momento.

Del resto anche Albert Einstein, con le sue due teorie della relatività (ristretta 1905, generale 1915), e Pablo Picasso, attraverso le sue opere cubiste (pitture e sculture), avevano da tempo mostrato che il punto di vista dell’osservatore cambia la stessa realtà osservata.

Tutte queste teorie scientifiche si inseriscono nel solco di quel rapporto dinamico e ricorsivo tra soggetto e oggetto già formatosi a cavallo tra il ‘700 e l’800 nel contesto dell’idealismo tedesco per opera di autori come Johann Gottlieb Fichte, F. W. J.Schelling e G. W. F. Hegel.

Nella sua famosissima “Critica della ragion pura” (prima edizione 1781) Immanuel Kant si era infatti fermato di fronte all’incredibile enunciazione di quest’ipotesi lasciando a Dio il compito di creare la realtà e limitando all’Io quello di pensarla e/o contemplarla.

La filosofia tedesca ha dunque percorso quel tratto di strada che dallintelletto finito di stampo kantiano ha portato alla coscienza husserliana passando ovviamente dall’Io assoluto di Fichte all’autocoscienza di Schelling e poi ancora dallo Spirito hegeliano.

In questo senso già Baruch Spinoza, durante il diciassettesimo secolo, aveva inteso superare il dualismo cartesiano di anima e corpo per muoversi alla volta del suo particolare panteismo deterministico, frutto di una coincidenza più o meno implicita di libertà e necessità.

Non casualmente il filosofo di Amsterdam ha osato intitolare proprio “Dio” la prima sezione della sua opera più importante, l’“Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico”, pubblicata postuma solo nel 1677 a cura della sua ristretta cerchia di amici (Jan Rieuwertsz, Jarig Jellesz, Lodewjik Meyer, Johannes Bouwmeester, Georg Hermann Schuller, Pieter Van Gent e Jan Hendrik Glazemaker).

La sostanziale identità tra Dio e la Coscienza è stata quindi postulata da Spinoza già un secolo e mezzo prima che Fichte ricevesse l’infamante accusa di ateismo dal governo prussiano nel 1799.

Il filosofo di Rammenau, effettuando una scelta ancora impopolare per i suoi tempi, aveva infatti identificato la divinità suprema con una serie, se pur estesa, di norme morali.

Ora è perlomeno interessante notare come a riprova dell’equivalenza tra i termini italiani “etica” e “coscienza” si possano citare molti casi della lingua italiana parlata.

Solo per fare un esempio la comune espressione “avere una coscienza” indica tra i suoi significati anche quello di avere un senso etico degno di nota.

Del resto secondo l’esperto di controinformazione David Vaughan Icke noi partecipiamo di quella “Coscienza infinita” che usa incarnarsi e reincarnarsi di volta in volta nei nostri sistemi limitati fatti di una singola mente, di un singolo corpo e della loro interconnessione.

Nell’immagine uno scenario di fantasia del disegnatore Marc Simonetti.