Dall’Intelletto comune allo Spirito universale

A pagina 75 dell’opera “Sistema dell’Idealismo trascendentale”, pubblicata per la prima volta dal filosofo tedesco F.W.J. Schelling (1775-1854) nel 1800 e qui citata nell’edizione Bompiani Testi a fronte (Milano, gennaio 2006), è possibile leggere:  

Resta inteso che il mondo oggettivo appartiene unicamente a quelle limitazioni necessarie che rendono possibile l’autocoscienza (l’io sono); per l’intelletto comune è sufficiente che da questa visione venga derivata a sua volta la necessità del proprio punto di vista”.

Si noti l’espressione “Intelletto comune” che Schelling ha utilizzato in luogo del più consueto termine “Senso comune” inserito anche dal filosofo Immanuel Kant (1724-1804) nella sua “Critica della ragione pura”, prima edizione 1781, qui citata nell’edizione Laterza, (Bari, ottobre 1979), pagina 5  

Ma, la ragione umana, accorgendosi che in tal modo il suo lavoro deve rimanere sempre incompiuto, perché i problemi non cessano mai di incalzarla, si vede costretta a ricorrere a principi, che oltrepassano ogni possibile uso empirico e, ciò malgrado, paiono tanto poco sospetti che il senso comune sta in pieno accordo con essi.”

La scelta del Filosofo di Leonberg di utilizzare l’espressione “Intelletto comune” al posto del più consueto termine “Senso comune” è facilmente comprensibile ma merita almeno un momento di riflessione.

Come indirizzo filosofico originale l’Idealismo assoluto di Schelling si è infatti presentato successivamente all’Empirismo inglese di John Locke (1632-1704) e David Hume (1711-1776) così come al Criticismo realistico di Kant.

Se dunque gli empiristi inglesi hanno fatto riferimento all’esperienza e dunque al senso comune come alla fonte esclusiva della conoscenza diversamente il Filosofo di Königsberg ha messo in evidenza il ruolo di quell’intelletto finito che sarebbe stato, di nuovo, superato, dalla ragione speculativa infinita di stampo idealistico nelle opere di Schelling e poi nei testi del suo amico e poi rivale G.W.F. Hegel (1770-1831).

E proprio quest’ultimo nella sua “Fenomenologia dello Spirito” (1807), qui citata nell’edizione Bompiani testi a fronte (Milano, novembre 2004) pagina 81 avrebbe utilizzato l’espressione “Spirito universale” per riferirsi a questo tipo di ragione infinita e dissolvente rispetto a quell’intelletto comune e limitato menzionato da Schelling:

Il singolo deve ripercorrere i gradi della formazione dello Spirito universale anche secondo il contenuto, ma come figure già messe da parte dallo Spirito stesso, come gradi di una via già tracciata e spianata.

Allo stesso modo noi, nella sfera delle cognizioni, possiamo vedere oggi abbassarsi a nozioni, a esercizi, e perfino a giochi da fanciulli, ciò che in epoche precedenti era appannaggio solo dello spirito maturo degli adulti, e nel progresso pedagogico possiamo riconoscere, come in controluce, la storia della formazione del mondo.

Questa esistenza passata è proprietà già acquisita dello Spirito universale, il quale costituisce tanto la sostanza dell’individuo quanto, incarnandone pure l’esteriorità, la sua natura inorganica.”

Rimane da chiedersi perché Hegel non abbia intitolato la sua opera più famosa “Fenomenologia dello Spirito universale” rendendo il concetto di Spirito più comprensibile agli interessati già dal titolo stesso del suo testo più noto. 

Forse il Filosofo di Stoccarda ha voluto riferirsi al titolo dell’opera del suo predecessore Johann Gottlieb Fichte (1762-1814) che ha intitolato il suo testo più famoso semplicemente con l’appellativo di “Dottrina della scienza” (prima esposizione 1794).

Nell’immagine una foto del Seminario di Tubinga in cui studiarono F.W.J. Schelling e G.W.F. Hegel.