Filosofia Apolide

Recentemente numerosi autori tra cui David Vaughan Icke (classe 1952) e Diego Fusaro (classe 1983) hanno puntato l’indice sulla posizione sempre più elevata assunta dalla Finanza apolide nel dirigere le sorti economiche del mondo.

Si dimentica però generalmente che a margine della millenaria storia della finanza internazionale, da sempre collegata al destino più o meno noto della diaspora ebraica, vi è stata anche una più marginale vicenda della Filosofia apolide.

Senza poter qui menzionare tutti i nomi di quei filosofi, come ad esempio Giordano Bruno (1548-1600), che hanno avuto un’esistenza ed un’importanza altrettanto transnazionali, mi interessa qui prendere brevemente in esame i due casi di Karl Heinrich Marx (1818-1883) e Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900).

Questi due liberi pensatori infatti non hanno soltanto interrotto il corso delle loro carriere universitarie, ma hanno anche abbandonato il suolo della natale nazione tedesca per far correre le loro vite teoriche ed extrateoriche in giro per la restante Europa.

Volente o nolente, consciamente o inconsciamente, è poi avvenuto che questi due filosofi siano stati eletti a paladini e/o portavoce delle corrispondenti ideologie (Comunismo e Nazionalsocialismo) che avrebbero dominato lo spazio-tempo ideale tra la moda intellettuale e l’opinione pubblica per tutto il ventesimo secolo.

Ma queste due grandi correnti politiche a ben vedere, hanno avuto un minimo comun denominatore ovvero la distruzione delle entità nazionali perpetrata soprattutto durante la “Grande guerra” (1914-1918), la “Rivoluzione russa” (1917) e il “Secondo conflitto mondiale” (1939-1945).

La Filosofia occidentale è dunque apparsa uscire dalle aule universitarie nel momento stesso in cui ha abbandonato lo Stato moderno per abbracciare un’opinione pubblica non più nazionale, ma altresì globale.

Nell’immagine l’arazzo “Fuochi d’artificio”, realizzato dall’artista futurista Giacomo Balla (1871-1958) nel 1915.

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