L’Irrazionalismo Storico di Spengler

Tra la prima edizione della maggiore opera di Arthur Schopenhuer (1788-1860), “Il Mondo come Volontà e Rappresentazione” (1819), e l’apparizione del primo volume del Saggio di Oswald Spengler (1880-1936), “Il Tramonto dell’Occidente” (1918), corre quasi esattamente un centenario.  

L’opus maius schopenhaueriano costituisce un’applicazione dell’indirizzo filosofico irrazionalista ai campi della Metafisica, dell’Etica e dell’Estetica mentre il Saggio di Spengler ha esteso uno sviluppo della medesima corrente filosofica sul terreno assai più arduo e scivoloso della Storia universale.

Ne “Il Tramonto dell’Occidente” Spengler ha fatto una rassegna delle molteplici rappresentazioni o “culture” che le “civiltà”, intese come volontà collettive hanno prodotto lungo il corso della storia conosciuta ma tra il pensiero dei due autori sussistono ulteriori somiglianze e/o similitudini, riscontrabili già a partire da quanto espresso nelle cinque esaustive prefazioni delle opere or ora citate:

in primo luogo, formulando entrambi “un unico pensiero”, gli autori hanno inteso rivolgersi, “non ai contemporanei” ma alle generazioni future

A pagina 3 de “Il Tramonto dell’Occidente” (Ugo Guanda editore, Parma, maggio 1995) è a tal proposito possibile leggere: “Infatti – e lo riconosco sempre più distintamente non solo in questo caso particolare ma per quel che riguarda la storia del pensiero in genere – a tanto occorre una nuova generazione con adeguate disposizioni”.

Secondariamente sia Schopenhauer che Spengler si sono richiamati alla più rilevante personalità della letteratura tedesca, ovvero lo scrittore Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), che il Filosofo di Danzica ha citato in calce alla sua principale opera riportandone un famoso aforisma: “La natura non cerca forse, in fondo, di conoscere se stessa?”

In terzo luogo Schopenhauer si è così espresso relativamente alla situazione filosofica del suo tempo in Germania: “Se tuttavia si osserva, come ad esempio proprio adesso in Germania, una vistosa operosità, una animazione, uno scrivere e un parlare generali in materia di filosofia, si può allora presupporre con fiducia, che l’effettivo primum mobile, la molla nascosta di un tale movimento, nonostante le arie e le assicurazioni solenni, sono soltanto degli scopi reali, non ideali, sono cioè interessi personali, amministrativi, ecclesiastici, statali, in breve interessi materiali quelli a cui si mira e che, di conseguenza, meri scopi di parte mettono in così vivace movimento le molte penne di presunti filosofi. (Il Mondo come Volontà e Rappresentazione”, Newton Compton editori, Roma, aprile 2015, pagina 10). 

E in modo simile Spengler si è riferito in entrambe le prefazioni del suo famosissimo saggio alle sorti storiche della nazione tedesca: “In più vorrei esprimere la speranza che questo libro non abbia da apparire del tutto indegno a fianco delle gesta militari della Germania” (“Il Tramonto dell’Occidente”, Ugo Guanda editore, Parma, maggio 1995, pagina 8). 

Infine si può rilevare tra i due autori un comune disprezzo per la filosofia idealistica tedesca che il Filosofo di Blankenburg am Harz (Sassonia) ha espresso così: “Per me comprendere il mondo significa essere all’altezza del mondo. Essenziale, importante, è la durezza della vita, non il “concetto” di essa, come invece insegna la filosofia da struzzo dell’idealismo” (“Il Tramonto dell’Occidente”, Ugo Guanda editore, Parma, maggio 1995, pagina 5).

Nell’immagine la riproduzione parziale di una foto in bianco e nero del filosofo tedesco Oswald Spengler (1880-1936).