La Civiltà Maya e il Tempo profondo

A pagina 209 del suo monumentale libro “Impronte degli dei” (1996, Edizioni Corbaccio), l’esperto di archeologia misteriosa e teorie esostoriche Graham Hancock ha fatto riferimento alle complicate ed elaborate cognizioni cronologiche della Civiltà precolombiana Maya scrivendo:

“Tutto questo dovrebbe servire a chiarire che sebbene credessero di vivere in un grande ciclo che sarebbe sicuramente finito in modo violento, i Maya sapevano anche che il tempo profondo era infinito e procedeva con le sue misteriose rivoluzioni incurante delle singole vite e civiltà umane emerse in superficie” (corsivo mio).

A riprova delle grandi conoscenze della cultura Maya, lo studioso scozzese, a pagina 205 dello stesso libro, si è anche riferito al fatto che il nostro calendario attualmente in vigore, quello “gregoriano” del 1582, è più impreciso di quello che gli indigeni dell’america centrale possedevano già da diversi secoli, avendolo probabilmente ereditato dalla Civiltà Olmeca, molto prima che Cristoforo Colombo sbarcasse sulle coste di San Salvador nel 1492:

“Nella moderna società occidentale utilizziamo ancora un calendario solare introdotto in Europa nel 1582 e basato sulle migliori conoscenze scientifiche allora disponibili: il famoso calendario gregoriano. Il calendario giuliano, di cui prese il posto, calcolava il periodo dell’orbita terrestre intorno al sole in 365,25 giorni. La riforma di papa Gregorio XIII lo sostituì con un calcolo migliore e più preciso: 365,2425 giorni.

Grazie ai progressi scientifici avvenuti dopo il 1582, oggi sappiamo che la durata esatta dell’anno solare è di 365,2422 giorni. Perciò il calendario gregoriano contiene un piccolissimo errore per eccesso, di appena 0,0003 giorni, una precisione davvero ragguardevole per il sedicesimo secolo. Fatto strano, sebbene le sue origini siano avvolte nelle nebbie di un’antichità ben più remota del sedicesimo secolo, il calendario Maya raggiungeva una precisione ancora maggiore. Calcolava l’anno solare in 365,2420 giorni, un errore per difetto di appena 0,0002 giorni”.

Del resto l’archeologo statunitense J. Eric S. Thompson aveva già confermato che la cronologia era la “vera ossessione” della famosa civiltà precolombiana e che dunque i Maya davano più rilevanza al Tempo ciclico e profondo rispetto alla dimensione spaziale, argomento privilegiato ad esempio dagli antichi Greci che hanno contribuito in modo essenziale alla formazione del nostro Mondo occidentale.

In sostanza la Civiltà Maya possedeva una conoscenza piuttosto approfondita di due Teorie che la nostra scienza moderna ha accolto solo in epoca recente ovvero la concezione del “tempo profondo”, formulata per la prima volta dal geologo scozzese James Hutton, e quella delle Catastrofi naturali o “Catastrofismo”, elaborata dal geologo francese Georges Cuvier.

Entrambe queste Ipotesi scientifiche sono state pubblicate solamente nel diciottesimo e diciannovesimo secolo rispettivamente nel 1785, data di pubblicazione de “La Teoria della terra” e nel 1817, data di pubblicazione de “Il Regno animale disposto secondo la sua organizzazione”.

E sappiamo anche che la Teoria del Tempo pronfondo è stata portata avanti con successo in geologia da Charles Lyell ed introdotta dal naturalista Charles Darwin in ambito biologico con altrettanta, o forse addirittura maggiore, fortuna.

Su questo argomento mi ero peraltro già soffermato nello scritto “Lo spazio infinito e il tempo profondo”, pubblicato su questo blog il 17 aprile del 2015.

Ma questa concezione di un tempo profondo, al di sopra del quale sorgono vite e civiltà umane, si ritrova anche nelle filosofie irrazionaliste tedesche in autori come Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche ed Oswald Spengler.

Più in particolare il filosofo di Danzica ha formulato l’ipotesi di Rappresentazioni successive emergenti sul piano della superficie a partire da una volontà profonda e inconscia.

Ma il suo principale allievo Nietzsche si è spinto addirittura oltre elaborando la sua concezione di un tempo ciclico nella sua famossissima Teoria dell’eterno ritorno dell’uguale partendo dalle antiche concezioni della Filosofia presocratica greca ma non solo.

Il Filosofo del diciannovesimo secolo Spengler, storicista, ma ugualmente irrazionalista, si è invece soffermato a lungo sulla nascita e il declino delle civiltà nel suo libro ormai classico “Il Tramonto dell’Occidente” pubblicato per la prima volta nell’estate del 1918 a Vienna.

Ma l’esistenza di un tempo profondo, e in qualche modo trascendente, ha influenzato anche l’Esistenzialismo tedesco come nelle opere dei filosofi Karl Jaspers e Martin Heidegger, autore del celebre “Essere e Tempo” (Halle, Germania 1927).

Ed a completare il quadro si è aggiunta la letteratura americana statunitense che ha accolto la concezione di un Tempo profondo nelle importanti opere di scrittori che l’hanno di fatto fondata come ad esempio i maestri dell’orrore Edgar Allan Poe ed Howard Phillips Lovecraft.

Nell’immagine un esemplare in pietra del calendario Maya.