La figura di Ulisse in Dante, Joyce e Adorno-Horkheimer

La figura di Ulisse, dopo la sua prima apparizione nel poema epico e omerico “Odissea”, si è ripresentata al nostro Intelletto e alla nostra Coscienza con molta Forza, in molti Modi diversi e in opposte Epoche della nostra Cultura.

Il grande poeta e scrittore Dante Alighieri, nel canto ventiseiesimo della sua “Divina Commedia”, ne ha tratteggiato una Condanna tipica del suo Tempo medioevale.

Nel Poema dantesco il Condottiero e Navigatore della Mitologia greca viene infatti condannato per aver oltrepassato le colonne d’Ercole dell’Universo allora conosciuto (secondo il Sapere aristotelico allora in voga) e quindi per la sua Curiosità.

In quel Mondo infatti la Curiosità poteva portare chi ne era affetto a un indesiderato accumulo di Conoscenze in un modo simile a quello in cui la Cupidigia poteva già condurre a un’altrettanto indesiderata espansione delle Proprietà private.

Molti secoli dopo lo scrittore irlandese James Joyce ha invece reintrodotto la figura di Odisseo nel titolo del suo Romanzo più importante ed imponente, ovvero l’omonimo “Ulisse” del 1922.

Qui l’Antieroe protagonista, l’ebreo irlandese Leopold Bloom, è un piccolo borghese impegnato a tradire la moglie Molly da cui a sua volta è tradito lui stesso.

I suoi orizzonti sono limitati, ha slanci lirici di breve respiro, si adatta alle condizioni di marito tradito e, in affari, accetta qualsiasi compromesso purché possa portargli qualche vantaggio (inclusa l’eventualità di vendere le foto della moglie nuda).

In ciò si trova una nuova Interpretazione dell’antico mito greco che ne sconvolge i Parametri etici che ci avevano mostrato Ulisse impegnato in seri viaggi di Avventura e la moglie Penelope intenta invece nell’Attività di tessere la Tela della sua Pazienza, aspettando il consorte per lunghi mesi.

L’Odisseo di Joyce, per così dire, oltrepassa le colonne d’Ercole del Mondo etico allora riconosciuto: quello dell’Inghilterra vittoriana contemporanea o di poco alle spalle dello scrittore.

Ancora diversa è infine la figura di Ulisse che ci ha proposto la “Dialettica dell’illuminismo”, opera scritta dai due autori più rappresentativi della Scuola di Francoforte, Theodor Wiesengrund Adorno e Max Horkheimer, nel 1947.

In tale testo l’Odisseo borghese non oltrepassa alcuna colonna d’Ercole rimanendo perciò ben al di qua dei termini della Filosofia positiva del Rispecchiamento.

Infatti in uno dei miti più celebri del poema, per ascoltare il canto ammaliatore delle sirene, si fa legare all’albero maestro della nave, dopo aver tappato con la cera le orecchie dei compagni di navigazione.

In tal modo egli può udire i loro canti, ma senza cedere ai loro struggenti inviti al Piacere e alla Felicità.

Così, mentre “freschi e concentrati, i lavoratori devono guardare in avanti e lasciare stare tutto ciò che è a lato”, Ulisse, pur potendo andare incontro ai richiami del godimento, risulta parimenti legato al ruolo del dovere: “Egli ode, ma è impotente, legato all’albero della nave, e più la tentazione diventa forte, e più strettamente si fa legare, così come più tardi anche i borghesi si negheranno più tenacemente la felicità, quanto più, crescendo la loro potenza, l’avranno a portata di mano”.

Come si vede quest’ultima versione del Mito di Ulisse qui presentata, più vicina se vogliamo a quella dell’Alighieri, riecheggia la figura dell’Imprenditore così come descritta da Karl Heinrich Marx ne “Il Capitale”.

Egli infatti, guidato dal dovere dell’infinita Produzione, nel mito l’infinita Navigazione, spinge avanti la sua Società, mitologicamente la sua Nave, mossa dai propri Operai proletari che rappresentano, sempre nel mito, i suoi Compagni di viaggio.