La Filosofia come Cantiere aperto

Il filosofo italiano Umberto Curi si è occupato in molteplici occasioni di due autori classici, accomunati da un profondo ed esteso interesse per l’ambito politico come il filosofo greco-antico Platone e il filosofo moderno Karl Heinrich Marx.

In una recente conferenza Curi si è soffermato in particolare sul carattere non-finito del Platonismo e del Marxismo che dovrebbero perciò essere considerati come due eccellenti esempi di “cantieri aperti” nel più ampio panorama della filosofia occidentale.  

Platone e Marx hanno infatti sollevato problemi e contraddizioni circa le società in cui si trovavano a vivere, rispettivamente la democrazia ateniese e il capitalismo mondiale, senza spesso giungere a conclusioni definitive e assolute circa le soluzioni ultime da operare.

E questo principalmente perché il primo si è espresso nella forma letteraria dei dialoghi ed il secondo ha lasciato incompiuta la sua opera principale cioè “Il Capitale” sotto titolato assai significativamente come “Critica dell’economia politica”.

Si sa infatti che solo il primo libro del Capitale è stato pubblicato quando Marx era ancora in vita (nel 1867), che il secondo e il terzo volume sono usciti a cura dell’amico-collega Friedrich Engels rielaborando materiale preesistente fra il 1885 e il 1894, e ancora che il quarto libro è stato pubblicato addirittura tra il 1905 e il 1910 con il titolo “Teorie del plusvalore” dal politico e teorico marxista tedesco Karl Kautsky.

Quindi non solo i successori hanno interpretato come un progetto compiuto un cantiere rimasto di fatto aperto ma hanno anche provveduto a completare, secondo la loro personale visione il disegno originale del vero autore.

D’altra parte anche i temi e gli argomenti dei dialoghi platonici sono stati amalgamati insieme alla metafisica aristotelica in diverse versioni trattatistiche dalle varie correnti dei successivi Neoplatonismi più o meno cristianizzati.

E ancora gli avversari di Platone hanno contrastato le sue idee, espresse sempre in forma dialogica, come verità dogmatiche non sottoposte a quel tipico divenire dialettico in cui l’autore le aveva di fatto presentate.

Su questo carattere non finito e non definitivo del discorso filosofico avrebbero più recentemente insistito due filosofi contemporanei come Theodore W. Adorno e Jacques Derrida, entrambi contrari sia alla proposta di nuove Ontologie, come ad esempio quelle di Edmund Husserl e Martin Heidegger, così come ai Sistemi teorici totalizzanti di qualsiasi altro genere.

Adorno ha infatti scritto alle pagine 12 e 13 della sua “Dialettica negativa” (Edizioni Einaudi Reprints 1975): “La filosofia tradizionale crede di possedere il proprio oggetto in quanto finito, e così facendo diventa come filosofia finita, conclusiva. Una filosofia mutata dovrebbe lasciar cadere tale pretesa e smetterla di far credere a sé e agli altri di disporre sull’infinito.

Essa diverrebbe invece a sua volta infinita, in senso attenuato, rifiutando di fissarsi in un corpus di teoremi enumerabili. Essa dovrebbe avere il suo contenuto nella molteplicità non inquadrata da alcun schema degli oggetti, che le si impongono o che cerca e ad essi dovrebbe veramente abbandonarsi, non utilizzandoli come specchio, in cui decifrare di nuovo se stessa, scambiando la propria immagine con la concretezza” (corsivo mio).

E Derrida a tal proposito ha altre sì affermato nel suo saggio del 1980 “La Cartolina postale”: “La filosofia può essere considerata come una cartolina postale che è stata scritta con l’intenzione di arrivare a destinazione ma che in realtà non lo fa. Infatti la filosofia che raggiunge la destinazione e che si distrugge in quest’ultima cessa perciò stesso di essere vera filosofia” (corsivo mio).

Nell’immagine “La piccola Torre di Babele”, dipinto ad olio su tela realizzato da Pieter Brugel il Vecchio nel 1563 circa.