La Pangea epistemica del Divenire naturale

Secondo molti autorevoli studiosi la teoria evoluzionistica di Charles Darwin, riguardante vasti mutamenti storici, ma anche preistorici, ha trovato grande e forse essenziale giovamento dal suo confronto e incontro con la teoria genetica di Gregor Mendel a proposito di cambiamenti infinitamente più piccoli, ma ugualmente significativi come quelli dei geni ereditari.

Ecco un esempio per la regione biologica di quella sintesi tra due trattazioni dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande che avrebbe potuto, nel campo della scienza fisica, portare a un altrettanto prolifico incontro tra la teoria della relatività e quella quantistica.

Ma le cose, come hanno documentato alcuni tentativi di unificazione di molti addetti ai lavori, tra cui lo stesso Albert Einstein, sono andate diversamente.

Ed infatti la “teoria delle stringhe”, che avrebbe dovuto unificare i due “campi d’azione epistemici” in uno solo, non ha convinto, almeno per ora, la maggioranza degli scienziati ed i due paradigmi, anziché fondersi, sono rimasti separati, ognuno con la sua visione del mondo fisico.

D’altra parte l’opera principale di Darwin avrebbe potuto e/o dovuto intitolarsi Il divenire delle specie anziché “L’origine delle specie”, titolo quest’ultimo che ha presupposto una meta ideale e conclusiva di un percorso che in realtà è da sempre e resta tutt’ora in moto: quello dell’evoluzione appunto.

Le specie sono apparse in tal guisa come figure transitorie della natura in un senso molto simile a quello in cui G.W.F. Hegel, non molto tempo prima, ha pensato le categorie dello spirito e del linguaggio umani dissolte in un costante mutamento nel succedersi delle varie epoche storiche.

Un divenire ateleologico e non profetico si è quindi impossessato della gran parte del campo epistemico evitando accuratamente di decadere in una qualsiasi delle ampie metanarrazioni, vale a dire quella “illuminista”, quella “idealista” e quella “materialista” elencate da Jean-François Lyotard nel su testo ormai classico: “La condizione post-moderna”.

Con un azzardo che a molti non piacerebbe si può allora parlare della teoria evoluzionistica come di un materialismo naturalistico e cioè di un divenire regolato da leggi naturali sconosciute ai più ma note ai matematici, ai fisici, ai chimici e ai biologi.

E in questo senso si può anche sostenere che la teoria di Darwin si è affermata come teoria del divenire inglobando e ricomprendendo tutte le precedenti filosofie dell’essere come il “dogmatismo” a cui deve i logaritmi matematici della serie evolutiva, lo “scetticismo”, da cui ha tratto la capacità d’osservazione induttiva, il “realismo”, con il quale ha condiviso la passione per le ipotesi o abduzioni (con Charles Sanders Peirce) più audaci.

Ma sopratutto per edificare il suo maestoso sistema paradigmatico l’autore ha raccolto una mole considerevole di fatti empirici che hanno assolto nel modo migliore lo scopo persuasivo dell’opera.

Si è trattato di quel tipo di persuasione di cui ha scritto l’epistemologo Thomas Samuel Kuhn sia nella sua opera più celebre e importante, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, sia nel poscritto all’opera stessa in risposta alle osservazioni di Karl Raimund Popper: “Quando parlo di argomenti persuasivi mi riferisco anche a quelli logici ma non solo a quelli”.

A largo dei mari delle abitudini e delle tradizioni secolari si è così costituito il nuovo continente del divenire naturale, quasi una sorta di Pangea epistemica, raggiungibile dalle scienze umane e sociali solo tramite l’imbarcazione provvisoria e ricostruibile, da sempre ricostruita e sostituibile, del linguaggio già secondo Willard Van Orman Quine o, per meglio dire, delle lingue umane con Ferdinand de Saussure.