L’Ambivalenza dell’Esilio

Il sociologo ebreo polacco Zygmunt Bauman sembra iscriversi in quel gruppo di filosofi e sociologi che, dalla speculazione di Jean Jacques Rousseau in poi, hanno visto nella Società, un’entità intrinsecamente conflittuale.

Mi riferisco in particolare a Rousseau stesso, G.W.F. Hegel, Karl Heinrich Marx, Vilfredo Federico Damaso Pareto, Max Weber, Antonio Gramsci e più recentemente Jurgen Habermas.

Questi pensatori hanno evidenziato la presenza nel tessuto sociale di varie contraddizioni a diversi livelli d’intensità e grandezza ma tutte sottostanti alla Supercontraddizione fra l’Ideologia dei dominanti e l’Autocoscienza, la Coscienza di classe o la semplice presa di coscienza dei dominati.

In ciò la riflessione di Jurgen Habermas sul tema dell’Opinione pubblica ha evidenziato un problema: quest’ultima infatti, in quanto è influenzata e per certi versi addirittura creata dall’ideologia dominante non può rappresentare una reale e veritiera forma di autocoscienza.

Per dirla con i soliti Hegel e Martin Heidegger si potrebbe quindi identificare l’opinione pubblica come una sorta di cattiva, falsa o inautentica forma di autocoscienza.

Ritornando al problema di un’ideologia e della sua presa d’atto, Bauman ha designato questa supercontraddizione come una forma di Ambivalenza, ignorabile, ma per sempre inevitabile e trasversale come una faglia attraversante l’intera società.

D’altra parte questa ferita era già apparsa nell’ultimo stadio dello Spirito hegeliano nella figura della Coscienza infelice, per attraversare, nella forma dell’Esistenza, l’intera speculazione di Søren Kierkegaard.

L’esperienza personale dell’Esilio, prima in Israele, poi in Australia e definitivamente in Inghilterra, ha permesso a Bauman di osservare questa ambivalenza in un modo già evidenziato da Claude Lévi Strauss in una delle sue opere più celebri: “Lo sguardo da lontano”.

La riflessione che Bauman ha condotto lo ha poi portato ad oltrepassare quest’ultimo punto di vista: il pensatore polacco ha infatti distinto tra un esilio inevitabile rispetto alle situazioni della vita, che non ci accolgono mai pienamente, e un esilio cercato con l’attiva vocazione di chi vuole prendere atto e distanza dalle posizioni del potere dominante, superandole in modo hegeliano e cioè “vivendo in avanti” rispetto a queste.

La prima forma d’esilio costituirebbe, sempre per utilizzare la terminologia di Heidegger, una forma d’esistenza inautentica mentre la seconda incarnerebbe l’autentica ricerca di se stessi, già teorizzata da Friedrich Wilhelm Nietzsche.

Infatti per Bauman essere realmente umani significa superare i limiti creati dall’ideologia delle istituzioni dominanti e la Sociologia costituisce in questo senso lo strumento o il dispositivo teorico in grado di disvelare tutte le Limitazioni della Vita associata.

Si tratta d’altra parte di un tipo di atteggiamento che ha costituito, fin dalle sue origini, il filone di studi inaugurato nella stessa direzione da un altro celebre esule per eccellenza della tradizione intellettuale europea, ovvero di nuovo Jean Jacques Rousseau.

In questa marcia d’esilio e di superamento questa serie di pensatori non ha mai abbandonato il desiderio inconscio di sfuggire al destino della società occidentale stessa interamente presa.

Ma si è trattato probabilmente di un desiderio che essi hanno seguito anche assecondando le intenzioni teoriche di un’autocoscienza, condannata per sempre alla sua autentica infelicità.