L’Autorità del Nuovo Ordine Mondiale

A pagina 24 del libro “Impero” (Edizione Mondolibri S.p.a. Milano, 2001) di Michael Hardt (classe 1960) e Antonio (Toni) Negri (classe 1933), incentrato sull’ampio tema del “Nuovo Ordine della Globalizzazione”, è possibile leggere: 

“Per comprendere la costruzione di un potere sovranazionale, sono stati rispolverati e riproposti come schemi interpretativi i modelli che hanno presieduto alla nascita dello stato-nazione. L’analogia con il diritto interno è divenuta in tal senso, lo strumento fondamentale nell’analisi delle forme dell’ordine internazionale e sovranazionale.

Nel corso di questa transizione vi sono state due linee di pensiero particolarmente attive. Semplificando le si può intendere come altrettante resurrezioni delle teorie hobbesiane e lockiane che, in un’altra epoca, hanno dominato le concezioni della sovranità dello stato.

La variante hobbesiana sottolinea il trasferimento del titolo della sovranità e concepisce la costituzione di una sovranità sovranazionale come un accordo contrattuale fondato sulla convergenza di soggetti statuali preesistenti al posto dei vecchi cittadini chiamati un tempo a cedere la loro sovranità allo stato”. 

I due autori già citati si sono quindi mossi nel proseguimento dell’opera a confutare la prima linea di pensiero bollandola semplicemente come “variante hobbesiana” per accantonarla a margine del loro imponente lavoro di circa quattrocentocinquanta pagine nell’edizione italiana appena citata.

Io mi accingo qui invece a restituire al filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) il ruolo che da sempre gli spetta quale padre fondatore di quella particolare pendenza lieve della storia universale inauguratasi nel XVII secolo e in cui noi, ancor oggi, volente o nolente, ci troviamo a dover vivere. 

Per far ciò mi riferisco essenzialmente a tre punti della filosofia hobbesiana che restano per me tuttora essenziali per poter comprendere la nostra situazione storico-sociale, legata inevitabilmente al nostro essere teorico ed ontologico

A) l’individualismo programmatico di matrice anti-aristotelica rilevato con forza anche dai filosofi hegelo-marxisti Costanzo Preve (1943-2013) e Diego Fusaro (classe 1983) nelle loro numerose opere; 

B) il determinismo meccanicistico derivato dalla fisica galileiana e riguardante tutta la natura compreso l’essere umano che il filosofo post-strutturalista francese Gilles Deleuze (1925-1995) ha denominato purtroppo con fortuna “macchina-desiderante”

C) la cessione di sovranità a un unico potere statale o internazionale, laddove basta spostare l’attenzione dal rapporto tra i singoli cittadini e lo stato alla relazione tra le singole nazioni e le entità sovranazionali per comprenderne l’imbarazzante somiglianza.

Sembra cioè che Hobbes, con il suo sistema filosofico, abbia dato luogo alle fondamenta di una vasta ontologia giuridico-sociale sulla quale potesse ergersi la gran parte degli edifici filosofici successivi compresi l’Empirismo inglese di John Locke (1632-1704) e David Hume (1711-1776), il Realismo kantiano, con il suo concetto di Pace Perpetua (1795), l’Irrazionalismo tedesco di Arthur Schopenhauer (1788-1860) e Friedrich Nietzsche (1844-1900) con il suo rapporto tra Sovranità, Verità e Giustizia e infine anche il Pragmatismo americano di Charles Sanders Peirce (1839-1914) e John Dewey (1859-1952) che hanno inteso la Verità come un sofisticato Strumento di conoscenza.

Dal Regno unito alle Nazioni unite, passando per il Commonwealth inglese, la filosofia hobbesiana ha insomma costituito la sotterranea struttura di base per tutti i conseguenti rapporti di potere, prima tra i cittadini e lo stato leviatano e poi tra le singole nazioni e le molteplici entità sovranazionali, tutte riconducibili ad un unico potere, oggi denominato con successo Nuovo Ordine Mondiale

Se dunque Aristotele (384/383 a.C.-322 a.C.) è stato considerato a ragione l’autorità più indiscussa della tarda antichità e del medioevo per tutto il tempo in cui è stato egemone il Vecchio Ordine Mondiale, il successivo Ordine dei secoli ha trovato un saldo punto di riferimento e lo trova ancor oggi nell’imponente filosofia in lingua inglese del filosofo di Westport.

E così non occorre stupirsi se anche uno dei più famosi giuristi del novecento qual’è stato l’autore di “Teologia politica” (1970) Carl Schmitt (1888-1985) ha dedicato all’autorità inglese Thomas Hobbes una delle sue opere più note nonché il suo commento più importante. 

Nell’immagine un particolare del ritratto di Thomas Hobbes realizzato dal pittore britannico John Michael Wright (1617-1694) nel 1650 circa.