Le Passioni dell’Anima

Nel 1649, dopo la pubblicazione della sua ultima opera “Le passioni dell’anima”, il più grande filosofo francese René Descartes (1596-1650) partì per la Svezia, lasciando per sempre i Paesi bassi, che lo avevano profondamente e razionalmente deluso.

A Stoccolma sembravano infatti attenderlo gli onori, le glorie e gli affetti, assicurategli dalle premurose attenzioni della Regnante di Svezia in persona.

La Regina Cristina, o Cristina Alessandra Maria (1626-1689), amava però tenere le sue lezioni/conversazioni alle cinque del mattino e fu proprio in uno di quei gelati mattini, nel febbraio 1650, che il filosofo contrasse una mortale polmonite.  

Per quanto l’episodio sia arcinoto al grande pubblico credo che meriti da parte mia ancora l’attenzione di alcune ulteriori considerazioni:

Innanzi tutto stupisce che proprio l’ideatore del cogito e il propugnatore del metodo, così attento ai lumi del suo intelletto, abbia lasciato libero sfogo alla sua ambizione assecondando delle pulsioni non del tutto razionali.

In secondo luogo risulta interessante rilevare come gli amori non corrisposti tra il precettore e l’allieva, non risultassero già a quell’epoca un’assoluta novità nell’ambito della tradizione filosofica, soprattutto francese.

Assai più famoso era stato infatti il caso di cronaca medioevale della tormentata relazione tra il dottore di logica Pierre Abélard, o Pietro Abelardo (1079-1142), e la sua precoce allieva Eloisa (1101-1164).

Il loro amore avrebbe infatti rappresentato il simbolo di una passione platonica segnata, non casualmente, da un evento di tipo shakespeariano quale fu l’evirazione del celebre maestro francese.

Anche in quell’occasione l’incontro tra un illustre filosofo d’oltralpe e una giovane compiacente risultò fatale al primo, conducendo verso esiti inaspettati ed imprevisti al meditato raziocinio.

Nell’immagine un dipinto raffigurante la variopinta corte svedese con René Descartes e la Regina Cristina di Svezia.