Riduzionismo naturale e Riduzionismo culturale

L’atteggiamento epistemico scientifico noto ai più come Riduzionismo sembra applicarsi molto bene al gruppo dei saperi cosiddetti duri o puri quali la matematica, la chimica, la fisica e la biologia.

Infatti con un buon grado di approssimazione si può affermare che la scienza fisica sottostà a leggi matematiche, che la chimica segue principi logici e fisici e a sua volta che la scienza biologico-genetica segue tutti e tre i criteri delle precedenti discipline.

Le cose assumono un diverso grado di ragionevolezza quando dal vecchio continente dei “saperi naturali” si passa al nuovo mondo delle “scienze umane” ma soprattutto “sociali”.

Qui lo scenario risulta complicato da variabili meno facilmente controllabili anche se dall’epoca e dalle opere di Charles-Louis de Secondat, meglio noto come Montesquieu, una buona dose d’ordine ha rimesso piede sul suolo dei saperi culturali.

Per molto tempo si è ad esempio discusso a proposito del presunto primato della politica sull’economia o viceversa della più ampia forza del fiume degli eventi economici sui detriti delle scelte politiche.

A proposito di questo argomento credo che il tentativo liberale non sia consistito nel far precedere l’evento economico alla scelta etica o per lo meno non solo in questo.

Si è trattato invece più che altro di ridurre al minimo il peso della scelta politica sulle sue conseguenze per la vita economica di una qualsiasi comunità.

Infatti il flusso economico scorre pur sempre nel letto dei precetti politici, le convenzioni sociologiche seguono forme giuridico-politiche e ancora leggi economiche mentre a sua volta la storia universale, presa nel suo insieme, si presenta come una sintesi di tutti e tre questi fattori: quello politico, quello economico e quello sociologico.

Singolare è notare, a tal proposito, che le scelte politiche sono rimaste per lungo tempo appannaggio della nobiltà e del clero, che l’economia si è sviluppata per la spinta mercantile-borghese e che la sociologia ha preso nota, forse per la prima volta, della restante società e cioè in buona parte di quel che chiamiamo proletariato.

Ci ha pensato poi la Storia, quasi in ottemperanza della celebre distinzione di Karl Heinrich Marx, a tenere un resoconto, seppure parziale, dei rapporti di forza intercorsi per secoli tra le diverse classi sociali.

Del resto quella del Potere è stata e rimane a tutt’oggi “un’immensa avventura di menzogne“, che solo gli storici più abili, disinnescando e disvelando la segreta ideologia dei governanti, hanno saputo e possono ancora tradurre in una “serie di provvisorie verità“.